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pexels-photo-135013“Nell’ozio, nei sogni, la verità sommersa viene qualche volta a galla” scriveva la grande Virginia Woolf nel suo bellissimo saggio “Una  stanza tutta per sé”, che ho assaporato proprio durante le ultime vacanze natalizie.

La frase dell’autrice di “Orlando” pone l’accento su due elementi importantissimi: la necessità dell’ozio e la possibilità di ascoltarsi.

Sono in realtà due cose strettamente collegate; lo stile di vita odierno impone, specie alle donne, una continua corsa a ostacoli tra impegni lavorativi e familiari che spesso implica il ricorso alla famosa facoltà femminile di essere “multitasking”, ovvero brave a fare più cose nello stesso momento.

Che fine fanno allora l’ozio e l’ascoltarsi? 

Di solito fanno una brutta fine. Prese dagli impegni e da una matrice culturale che impone da sempre alla donna il sacrificarsi per il bene di chi la circonda – in questo le cose non sono poi tanto cambiate da quando la Woolf scrisse il saggio da cui è tratta la suddetta citazione – non ci si ferma mai ad ascoltarsi, si stenta a trovare un attimo di silenzio per fare il punto e interrogarsi.

E’ questa una buona abitudine?

designCertamente no. Quello che gli antichi romani chiamavano “otium”, infatti, è per definizione, il tempo libero dai doveri e dagli impegni durante il quale apparentemente non si svolge alcuna attività; per i greci prima e per i romani poi, però, l’ozio era soprattutto il tempo in cui ci si dedicava alle arti, alla lettura (otium litterarium), alla contemplazione si se stessi, alla cura della casa e del patrimonio.

Cicerone, il più famoso retore della classicità, usava il tempo dell’otium per scrivere le proprie orazioni e Seneca ne fece addirittura oggetto di un trattato, il “De Otio” appunto. Con il cristianesimo e soprattutto con la riforma protestante, l’ozio si colora delle tinte peccaminose dell’accidia, mentre la cultura esalta la sacralità del lavoro.

Fortunatamente ‘800 e ‘900, forse come reazione alla Rivoluzione industriale, lo riportano in auge; Bertrand Russell, infatti, scrive “Elogio dell’Ozio” per esaltare il sapere “inutile” rispetto a quello “pratico” in quanto necessario a concepire nuovi scenari e a immaginare il futuro e Jerome K. Jerome racconta gli arguti “Pensieri oziosi di un ozioso” per affermare nuovamente il valore positivo dell’ozio.

Chi minaccia oggi il nostro ozio?

Dribblati i doveri, il lavoro e la famiglia, oggi la più grande minaccia per l’ozio è probabilmente rappresentata dagli smartphone e dai social network che siamo tentati di sbirciare non appena la corsa della vita ci concede un attimo di tregua. In fila alla posta, sul divano alla sera, persino in palestra o a cena al ristorante, la tentazione di tirare fuori il cellulare e sbirciare il nostro social preferito si fa prepotente e va a saturare quei pochi minuti che avremmo potuto usare per pensare, sognare, immaginare, ascoltarci.

Visto che adesso è periodo di “buoni propositi per l’anno nuovo”, includere nella nostra lista ogni giorno una mezz’ora per l’otium è prioritario.

Spegnere cellulari e internet, annotare su un taccuino i nostri pensieri, semplicemente fantasticare come fanno i bambini, meditare, giocare, disegnare, meravigliarsi per la natura che ci circonda, farsi una tisana, sono l’antidoto per una vita che ci vuole sempre più di corsa e sempre più scollegati da noi stessi… Praticando questo piccolo e semplice esercizio di oziosità, scopriremo in realtà che è un tempo molto produttivo: innanzitutto ci si ricarica, in secondo luogo aiuta a trovare il modo di fare il punto della giornata, in terzo luogo lasciare libera la mente favorisce l’emergere di idee e soluzioni nuove e sorprendenti e, infine, diminuisce lo stress aiutandoci a essere persone più piacevoli e in sintonia con se stesse!

Felice “otium” a tutti!

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